Siamo un popolo consumista. Anche di suolo.

Si stima che ogni anno vengano perdute globalmente ventiquattro miliardi di tonnellate di suolo, più di tre tonnellate per essere umano. 

Il mondo ha perso un terzo del suo terreno coltivabile a causa dell’erosione o dell’inquinamento negli ultimi 40 anni, con conseguenze potenzialmente disastrose man mano che la domanda globale di cibo sale alle stelle, hanno avvertito gli scienziati.

Il Grantham Centre for Sustainable Futures dell’Università di Sheffield ne è assolutamente certo: se non cambierà qualcosa nel nostro modo di fare agricoltura questa tendenza del suolo ad autodistruggersi non sarà più reversibile.

Visto che la domanda di cibo è in costante aumento, così come la popolazione mondiale, si fa di tutto per sfruttare sempre di più i terreni con continue arature e l’uso massivo di fertilizzanti, che però non sono compatibili con i normali cicli del terreno rendendolo a mano a mano sempre meno fertile. In pratica i nostri terreni una volta ricchi di ogni sostanza nutritiva di cui le piante avevano bisogno oggi è buona solo per reggere le radici di un albero. Tutto qua.
Se ci vogliono circa 500 anni perché si crei uno strato di nuovo suolo pari a 2,5 cm noi ne consumiamo circa tre centimetri ogni secolo…Lo dimostra, fra le altre ricerche, una scoperta che fece il geologo Sheldon Judson che nel 1960 trova vicino Roma una cisterna costruita nel 150 d.c. di cui le fondamenta, una volta sotto terra, erano esposte di circa un metro. E’ infatti dall’epoca romana, da dopo le guerre puniche, che la tendenza allo sfruttamento eccessivo del suolo è in atto. Dopo la fuga dei contadini dalle campagne e grazie alla grande disponibilità di schiavi si cominciò a coltivare in maniera diversa: non più piccoli appezzamenti con un buon avvicendamento delle culture, cosa che manteneva la terra sempre fertile, ma grandi appezzamenti mono coltura, principalmente viti e olivi. A causa delle frequenti arature fatte con i nuovi mezzi costruiti in ferro la terra veniva spinta sempre più a valle e veniva lasciata esposta al vento e alla pioggia creando grandi scivolamenti soprattutto nelle aree più collinari. 

Incredibile ma vero, già in quell’epoca esisteva il problema della poca fertilità di terreno, che costrinse quindi i contadini ad abbandonare le terre con cui non riuscivano a vivere. Visto che non era nemmeno più possibile sfamare i cittadini romani Roma cominciò a vivere solo grazie all’importazione del cibo dal nord Africa, il problema però è che le tecniche usate nelle campagne romane venivano usate anche in regioni africane come la Tunisia, l’Algeria, la Siria, Il Libano e Israele e ben presto successe la stessa cosa anche nei loro terreni. Ancora oggi ne portano i segni: continue arature e l’eccesso di pascolo trasformarono quelle terre in deserti aridi e incoltivabili, favorendo così l’impoverimento di terre che ancora oggi soffrono di tale sfruttamento.

A distanza di centinaia di anni la situazione non è cambiata, anzi, è peggiorata. Nei secoli la popolazione mondiale è aumentata a dismisura, così come la richiesta di cibo, portando quindi alla deforestazione di grandi appezzamenti di terreno cercando zone coltivabili in ogni parte del mondo. Si stima che il mondo dovrà coltivare il 50% in più di cibo dal 2050 per alimentare una popolazione prevista di 9 miliardi di persone. Secondo la FAO, organismo dell’ONU, l’aumento della produzione di cibo sarà in gran parte necessario nei paesi in via di sviluppo. Circa il 30% delle superfici mondiali libere da ghiaccio vengono usate per tenere pollame, bovini, suini ed altri animali da allevamento anziché per coltivare.

Le soluzioni a tutto ciò quindi sono sotto ai nostri occhi, ma noi non le vediamo.
Secondo L’Università di Sheffield una soluzione potrebbe essere diminuire drasticamente l’allevamento intensivo di animali e rimettere in rotazione quelle terre ad oggi utilizzate solamente come pascolo, ma anche riutilizzare i nutrienti proveniente dalle fogne e usare la biotecnologia per svezzare le piante dalla loro dipendenza dai fertilizzanti.
Secondo il libro “Dirt. The Erosion of Civilizations” del geomorfologo David R. Montgomery
invece la soluzione è sopratutto quella di ridare i grandi appezzamenti di proprietà di multinazionali ai piccoli contadini che coltivano la terra con metodi più conservativi.

Insomma, ci vuole un ritorno alle origini, a un metodo di coltivazione più sostenibile: meno macchinari, meno sostanze chimiche, più rispetto della natura e meno sfruttamento degli animali con l’allevamento intensivo.

A questo proposito vi suggerisco di guardare il documentario Cowspiracy: The Sustainability Secret, che parla appunto della insostenibilità dell’allevamento intensivo di Bovini.

ps: il parlamento italiano sta per discutere in aula una proposta di legge sul consumo di suolo. Anche noi abbiamo fatto la nostra proposta a questi link: Dicembre 2013 e Maggio 2013  con prima firma Massimo De Rosa.
Ma a quanto sembra il governo Renzi non ha nessuna intenzione di fermare la cementificazione ed il testo unificato è stato fortemente indebolito tanto da essere inutile. A breve vi aggiornerò sull’iter della legge.

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